Ciro racconta...

A LAIMBURG, PICCOLA SBORNIA DIDATTICA

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“Partiamo di mattino presto, - mi aveva detto Silvan; “prestissimo, quasi di notte ma vedrai, ci sarà da divertirsi - aveva aggiunto farfugliando imprecise  notizie sulla destinazione.

 “Destinazione vino, è ora che tu cominci a fare sul serio” furono le ultime parole fumose dell'amico, Silvano Mellace, tutt'oggi il mio mentore.

Io, che all'epoca dei fatti gigioneggiavo tanto di più, mi guadagnavo da vivere facendo il rappresentante di vini & affini; però ci stavo pensando, sul serio, a passare dall'altro lato del bancone perché curiosità e passione non mi mancavano e poi avere tanta, tanta voglia di imparare mi sembrava un buon viatico.

Dopo averne per anni spacciati tanti, trangugiati molti e bevuti con attenzione  pochi, potevo battezzarmi con quelli giusti, passando tout-court nei panni dell'assaggiatore.

“Quindi Silvan, destinazione? - lo incalzavo perché due giorni dopo, inizio settimana, saremmo partiti e dovevo ancora  apprendere il rituale sciamanico di oltre quattrocento lunedì a venire. Per assaggiare sul serio, cosa diversissima dal bere, bisognava dotarsi almeno di due cose: un metodo, e quello lo avevo appreso per bene nella sua parte teorica, e poi  di buone pratiche di protezione del fegato.

Eh già, bisognava bere almeno un cucchiaio di olio prima dei tasting di degustazione perché, rivestendo le pareti dello stomaco, l'olio complica e rallenta il processo di assorbimento dell’alcol. Silvan dixit; io prendevo nota.

Saremmo  andati a Laimburg, nelle nuove cantine del Podere Provinciale dei Vini, ad assaggiare nuove annate di produttori altoatesini.

In macchina, superarzillo, facevo le pulci a Silvan per una sua leggera somiglianza baffesca con D'Alema. Me la ridevo, lo tenevo sveglio così e,  per farlo incazzare, notavo come anche la curvatura fosse identica e che forse il pelo aveva la stessa tonalità di grigio: così Silvan, mai stato sodale col noto baffino, ebbe un motivo in più per accelerare e macinammo trecentottanta chilometri in quattro ore e mezza. Et voilà Laimburg, cantina super moderna scavata nella roccia, gentilezza e cordialità tedesca in un contesto che, all'epoca, mi sembrò persino finto cioè fatto bene ma finto, quasi un effetto Gardaland del vino. Pronti via! Bottiglietta di olio e.v.o. scolata a piccoli sorsi, una rinfrescata nei  bagni tirati a lucido e poi rigoroso programma: prima i bianchi, poi i rossi e, infine, se avanza tempo, i vini dolci. Taccuino per le note di degustazione, scrivere tutto e non cincischiare mai di prezzi! Sì, sì concordammo tutto, virgole e punti esclamativi.

Silvan  compare di battesimo, come officianti i produttori che parlavano in tedesco ma io, che ero il battezzato, tradii tutti gli schemi. Bevevo tutto ciò che c'era nel calice; il divieto di non mangiar nulla finché si assaggiava, lo infransi subito quando  delle belle biondine proposero speck, Schuttelbrot e Brezel, i loro pani speciali e croccanti. Attraversai le grotte inseguendo il cibo; feci una lunga pausa subito dopo i gewurz ma ogni tanto testavo i vini passiti, ogni tanto qualche rosso, e intanto vai di speck e pan di Fié (nome più masticabile per indicare lo Schuttelbrot, che significa pane scosso).

Silvano? L'avevo perso, lui aveva perso me che brillavo di allegrezza e, quando mi ritrovò, stavo lì a fare complimenti comprensibili per l'accoglienza e i pani speziati.

Stavolta, arreso alla mia indisciplina, a ridere di gusto fu Silvano che, disse poi, notò che ero  molto più che euforico e quasi camminavo svirgolando. 

Quante risate si fece, l'amico baffino.

Guidava lui; dormii di gusto in tutto il viaggio di ritorno, sognando una verità lapalissiana: quei vini altoatesini erano tutti di qualità superiore, troppo goduriosi per saltarne qualcuno.

Certo fu l'inizio, poi sono migliorato neh! Assaggiare non significa bere e bisogna seguire delle regole; archiviammo quell'episodio come una sbornia didattica.

Iniziavo la carriera, ormai ero battezzato!

N.9 novembre 2021

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Ciro racconta...

BUONISSIMI I VINI DI FINO, COLPA MIA CHE HO FATTO CASINO

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C'è stato un momento che, nei luoghi del bere, si parlava solo di neri d'Avola ed era appena finita la ricerca di un Morellino di Scansano più buono e più trendy degli altri.

Chi fra noi aveva le antenne sempre ritte, si informava, cercava delle dritte da produttori e guidaioli per anticiparli sul campo; quale zona, quale regione e quale autoctono sarebbero stati i prossimi degni di successo mediatico? Quali vini sarebbero diventati trendy, alla moda?

Stava già calando l'interesse per i rossi siciliani troppo concentrati e un po' marmellatosi, che già una regione tutta, la Puglia, riaccendeva l'interesse di noi gente del vino.

Bisognava contattare i consorzi, visitare il Salento, bere quelli giusti.

Mestiere duro quello di assaggiatore, quello del degustatore professionale di vini e cibi.

Però dai, sempre meglio che andare in miniera; sempre meglio che montare guard rail in autostrada, con tutto il rispetto per chi quei lavori li fa.

A noi tocca lavorare con leggerezza di spirito, stanare bontà ed eccellenze inseguendo oggi quel tannino, domani quell'effervescenza contenuta; scoprire difetti perdonabili e bocciare campioni invecchiati male.

Che bel lavoro, al netto di qualche chilo in più e di troppi solfiti ingollati.

E venne il giorno che scoprimmo la ricchezza dei primitivo, meglio se di Manduria.

E il giorno dopo, insieme alla taranta, alle feste pugliesi, si fece strada il negramaro.

Negli stessi anni, fortunata coincidenza, dei musicisti pugliesi misero su una band che chiamarono Negramaro, in onore alla loro terra. Era il momento giusto, loro erano  molto bravi e la Puglia si confermò ricca di grandi risorse. Iniziai a scoprire cantine, terre rosse, alberelli e soprattutto i primitivi grassocci, più opulenti e goduriosi. Erano le prime annate in commercio di un vino-archetipo, Es di Gianfranco Fino; un primitivo di Manduria ottenuto, con una vinificazione attentissima, da vigne vecchie circa 60 anni.

Tutta polpa, fruttuosità e piacevolezza a mille, tenore alcolico più che soddisfacente.

Come lo descrivono in azienda, Es= piacere puro. Fu amore a prima vista, poche bottiglie disponibili e problemi distributivi che distraevano facilmente dall'obiettivo, qualche assaggio con clienti curiosi e il responso: un vino divisivo; lo amavi o lo odiavi.

Non potevi farne a meno oppure eri tra quelli che provavano fastidio dalla sua troppa piacevolezza. Tutto questo per arrivare al dunque, quando, in un Vinitaly di quasi dieci anni fa, entrammo nello spazio minuscolo del produttore perché finalmente si potevano assaggiare le ultime annate in commercio e con Es anche lo Jo, negramaro in purezza dello Jonio. La signora Simona a fare gli onori di stand e qualche problema logistico per  poter fare una degustazione decente. Tavolo tondo con tovaglia lunga, troppo lunga, poco spazio per appoggiare i calici, borse da sistemare, taccuini e penne da sfoderare; la pressa dei tanti visitatori, molti stranieri, che volevano assaggiare; la signora che, giustamente, diceva ni a tutti, chiedendo almeno di qualificarsi come operatori professionisti.

La giornata volgeva al termine, era stata faticosa ma lietissima di assaggi: qualcosa avevo bevuto!

Fu un attimo; mi spostai per evitare le cento mani che si infilavano nello stand per porgere o chiedere bigliettini, per strappare una promessa di assaggio. Iniziai ad annusare il rosso nettare e mi raccolsi, per non dar fastidio e non essere interrotto.

Fu un attimo: col tacco della scarpa beccai un lembo della tovaglia e tirai giù tutto, quasi tutto, i calici, forse anche le bottiglie chiuse, forse anche una magnum di Jo.

Non posso ricordare nulla che sia attendibile; tanta fu la vergogna e l'imbarazzo che, non potendo insistere più di tanto per rendermi utile in qualche modo, abbandonai alla chetichella il casino che avevo combinato. Ovviamente ripetei, come un mantra, cento volte “scusa, scusa, chiedo scusa...” Silvano stavolta aveva di che ridere da solo.

La figura di emme era tutta mia, vergognarmi toccava solo a me!

Lo stand rimase chiuso per un'oretta e, quando riaprì, non ci fu nessuna tovaglia a creare possibili incidenti.

La signora Simona, con perspicacia, decise per la strada meno rischiosa.

Non ho più avuto il coraggio di chiedere listini né di comprarlo ma, lo confermo, Es di Gianfranco Fino è un grandissimo primitivo.

N.10 novembre 2021

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