Ciro racconta...

QUEL SILVANO LÌ

Una presenza fissa, quasi quotidiana, nel locale che ho gestito per un bel po’, era Silvano che però io chiamavo affettuosamente Chet.

Non tanto per la somiglianza col mitico jazzista, che pure quella c'era, ma forse per la sua inclinazione verso la devianza, quel suo abbracciare Bacco in maniera quasi totale.

Non gli giravano tanti soldi in tasca e forse, proprio a causa dell'alcolismo, i figli non si curavano tanto di lui. Tranne quella volta che gli regalarono delle scarpe di pelle che,appena le indossò, lo trasformarono da subito in un signor Chet.

Mamma mia com'era felice quel giorno e anche quello prima, quando mi annunciò che veniva a trovarlo la figlia e lo portava al ristorante sciccoso.

Insomma, era una storia di marginalità uguale a tante altre e, per la disperazione di certi giorni, per la solitudine di quei tramonti troppo spesso annegati nel pintone amico, mi capitava sovente di biasimarlo.

Aveva un modo tutto suo di camminare da ubriaco; muoveva quasi ritmicamente tutte le dita della mano destra quasi a imitare la gestualità di un batterista eclettico ma quando lo chiamavo Chet, anche da brillo, principiava a suonare una tromba immaginaria con suoni e riff che sentiva lui solo.

Gli avevo regalato dei cd di Chet Baker e lui stava al gioco, fingendosi lusingato.

Aveva un modo tutto suo di gestire quel po' di pensione che prendeva agli inizia del mese o gli aiuti dell'assistente sociale; quando era giorno di pensione era su di giri e, oltre a concedersi un'ottima colazione in caffetteria, di pintoni ne comprava due o tre perché sempre sempre quella sera si faceva festa a casa sua.

La piccola casa si riempiva di altri disperati, qualcuno non proprio corretto nei suoi confronti, qualcuno manesco che lo minacciava per strappargli un soldo a sbafo ma lui, signor Chet, non ci badava. Non avrebbe potuto perché non era presente a se stesso, era ubriaco già alle tre del pomeriggio e c'era ancora tutta la sera da vivere alla grande.

“Alla grande – ripeteva- non sempre sempre, ma almeno una volta al mese”.

Ogni tanto tentavo di dissuaderlo; mi mandava a quel paese ma puntuale il giorno dopo passava a scusarsi. Tante volte non pagava, quasi sempre segnava, con la promessa che avrebbe saldato a inizio mese. Sempre sempre, giorno cinque di ogni mese, faceva il giro delle botteghe dove si serviva e saldava i suoi debiti.

“La fiducia bisogna meritarsela” diceva, e lui faceva l'impossibile per meritarsela.

Chet, con quell'andatura saltellante, aveva un'eleganza tutta sua; poteva indossare una  giacchetta sdrucita o giusto due stracci in croce, una camicia rattoppata, però sembrava un signore dei vecchi film anni 'cinquanta, un gentlemen.

In enoteca ha bevuto solo due volte e sono i bicchieri che gli ho offerto io; c'era un tacito accordo che, quando era sbronzo, non doveva dar fastidio agli altri clienti e, soprattutto, non doveva chiedere da bere quando era già oltre.

Non l'ha mai fatto: niente calici e neanche il pintone.

Chet, rispettando i patti, mi ricordava ridendo che lui era un cliente “di mattina” e che non sarebbe stato mai promosso a cliente “di tarda sera”.

Ovviamente i vizi, gli eccessi non lo aiutarono durante la malattia e, in poco tempo, passò a miglior vita. Andai a trovarlo all'ospizio e lo trovai felicissimo di vedermi, qualche volta.

Capiva che sempre sempre non sarei riuscito, mannaggia.

Al funerale eravamo quattro gatti. Io, felice di scortare Silvano Chet fino al cimitero, strada facendo iniziai a trotterellare sbilenco. Tambureggiavo con le dita su un immaginario rullante. Tip tip – tatatà – tip titip ….taratatatà!

N. 2      dicembre 2019

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© Ciro Lubrano Lavadera 

 

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