Ciro racconta...

CHISSÀ SE ERA RUSSA VERAMENTE

Ricordo la stagione, primavera appena sbocciata; ricordo il giorno, martedì mattina e l'ora, le dodici e trenta. Una mattina come tante, per me voglia d'estate e di mare, non faceva caldo ma mi ostinavo a tenere la porta aperta speranzoso nella mitezza del clima. Trafficavo col registratore di cassa quando una donna quasi fiabesca entrò nel locale, facendo l'impossibile per essere notata. D'altronde era una donna alfa, bionda, alta più di me, con l'aggiunta di tacchi da trampoliere e una scia di profumo muschiato e persistente. Parlava lentamente, insistendo sulla pronuncia che mi sembrò di una lingua dell'est. Aveva appena ricevuto una bellissima notizia – così mi disse- e voleva festeggiare a dovere Per circa cinque minuti parlò solo lei mentre io balbettavo appena. Mi raccontò insomma , senza indugiare sui particolari, che tre mesi prima gli avevano diagnosticato un tumore abbastanza invasivo e che di colpo si era trovata catapultata nella giostra infernale di risonanze-tac-esami del sangue-cardiografie etc. et cetera. Fino al martedì della settimana prima, quando un giovane medico l'aveva convinta a rifare tutto daccapo perché trovava lacunose certuni giudizi clinici. Si era fidata, aveva fatto tutto privatamente in una clinica dove aveva pagato un quid in più per avere l'esito con la massima urgenza! Quella mattina aveva saputo: valori, parametri et cetera erano tutti rientrati nella norma e il primario gli aveva assicurato che “non aveva proprio nulla, era sanissima e in forma”! Dunque festeggiava; era tentata di comprarsi una cassetta di Sassicaia ma poi, mentre io rapito la seguivo a ruota, si orientò su una scelta più consona, più euforica: “vorrei dello Champagne, il migliore fra quelli che lei ha, e ne vorrei comprarne tre magnum e almeno dodici in formato normale; cosa mi propone?” - sibilò con l'accento duro ma intrigante da russa benestante.

L'avevo ormai scrutata ben bene; era una ragazza russa con corpo mozzafiato, capelli bellissimi, un semplice pullover girocollo e sopra uno spolverino leggero color bianco panna. Nessun anello, le dita delle mani che raccontavano l'assidua frequentazione di saloni di bellezza ed estetiste, caviglie da oscar e solo un filo di trucco, eleganza pura. Impiegai un bel po' a rispondere e poi, per togliermi d'impaccio, suggerii convinto che sicuramente un Carte Blanche di Roederer, il più alto di gamma che allineavo sugli scaffali della mia enoteca, avrebbe onorato alla grande i suoi brindisi per la riacciuffata serenità. Dissi proprio così, brindisi per la riacciuffata serenità, e Olga, così disse di chiamarsi, tradì un leggero imbarazzo e un accenno di grazie per la premura. Viveva a Torino, lavorava in un'importante studio notarile, era una fans del carnevale e veniva spesso a Ivrea. Mi chiese di farle subito un pre-conto e si accertò che avessi il pos; raggiunse l'autista che l'aspettava in Piazza Maretta con una berlina tirata a lucido; dette istruzioni per venire a caricare le preziose bollicine e recuperò borsa e portafoglio che prima aveva dimenticato in auto. Mentre facevo lo scontrino e avvicinavo le scatole alla porta, ammaliato da tanta bellezza o rapito dalla sua storia, le feci omaggio di una maxi-scatola di torroni baci di S. Marco dei Cavoti; l'autista era fuori per caricare il portabagagli e, mentre aspettavo la carta per completare il pagamento, per fortuna sopraggiunse un grosso camion con gravi problemi ai freni... Lei si attardò a darmi la carta (magari clonata o comunque senza plafond necessario), capì che, seppure per pochi minuti, la truffa sarebbe fallita, e, ordinando al suo compare di fare altrettanto, scappò balzando letteralmente in auto. Lo champagne non fecero in tempo a caricarlo ed io non feci in tempo a leggere la targa dell'auto. Insomma mi andò bene, sarebbe stato un bel danno economico. Però Olga, quella donna ammaliatrice me la ricordo ancora. Chissà poi se era russa veramente?

N. 3      febbraio 2020

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